“La tragedia degli Uiguri in Cina” di Pierangelo Pierobon

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In questi giorni, grazie ad una sempre più crescente sensibilità mediatica, siamo tornati a parlare di un tema che sembrava non preoccupare molto la comunità internazionale. Alla notizia, inizialmente, non era stato dato particolare rilievo sociale, ancor meno istituzionale, forse perché si tratta di uno dei Paesi più influenti al mondo o forse perché il nostro sdegno lo misuriamo inconsapevolmente a seconda della distanza che si frappone tra la nostra confort-zone e la tragedia, oppure perché insomma, ne succedono tante di cose al mondo, cosa c’entriamo noi con loro. Forse l’una, forse l’altra, forse entrambe o nessuna di queste ipotesi, resta il fatto che per l’estrema gravità della loro condizione odierna, la situazione degli Uiguri avrebbe potuto avere più rilievo.

Gli Uiguri, popolo di circa 16 milione di persone, sono un’etnia turcofona di religione islamica che vive nel nordovest della Cina, nella regione dello Xinjiang. Dagli anni 50′ agli anni 70′ il governo cinese sponsorizzò una migrazione di massa di Cinesi Han (l’etnia maggioritaria cinese) nella regione introducendo una serie di politiche per sopprimere l’identità culturale e religiosa Uiguri. Durante questo periodo nacquero diverse organizzazioni separatiste presumibilmente sostenute dall’Unione Sovietica e nel 1997 ebbe luogo nella regione un’escalation di repressioni, retate ed esecuzioni da parte della polizia con conseguenti, manifestazioni, attentati e attacchi da parte dei separatisti Uiguri.
La situazione diede motivo al governo cinese di lanciare nel 2010 la “Campagna contro il terrorismo violento”, un programma che eguaglierebbe i termini terrorismo e islam inquadrando tutti i disordini separatisti ed etnici come atti di terrorismo islamista legittimando politiche repressive. Nel 2014 vengono introdotti i primi regolamenti: barbe lunghe e veli sono vietati in pubblico, non guardare la televisione statale è un reato, il rifiuto alla “pianificazione familiare” (sterilizzazione secondo le testimonianze) è reato, dare ad un bambino un nome troppo religioso come Mohammed è un crimine, e molti altri divieti, accompagnati dalla demolizione delle moschee. Successivamente, verrà alla luce l’esistenza di campi di detenzione, da molti definiti “di concentramento”, dei quali la Cina negherà l’esistenza anche davanti all’ONU. Solo nel 2018, il Governo cinese si vedrà costretto ad ammettere l’esistenza di queste strutture, definendoli “centri di istruzione e formazione professionale” a cui i residenti dello Xinjiang accedono volontariamente.

In realtà, come spiegano le associazioni umanitarie e internazionali, gli Uiguri sono vittime del più grande internamento di massa dalla Seconda guerra mondiale, ed è facile ritrovarsi internati in questi campi: funzionari governativi risiedono fisicamente per un certo periodo presso le famiglie Uiguri, ne valutano il comportamento ed è sufficiente avere WhatsApp installato nel telefono, oppure eseguire le cinque preghiere quotidiane islamiche e il tuo destino o quello dei tuoi cari possono essere questi “centri di istruzione e formazione”, dai quali non si è certi di uscirne secondo le testimonianze. Privazione del sonno, torture, sedie di costrizione, violenze fisiche e sessuali, compagni/e di cella che spariscono o che vengono colti dalla pazzia arrivando a raccogliere i propri escrementi e usandoli per dipingersi il viso in preda all’isterismo – racconta Gulabahar una sopravvissuta di questi campi.

Come cittadini e musulmani sensibili alle libertà, ricordiamo ancora una volta che i diritti dell’uomo sono diritti inalienabili che spettano senza distinzione alcuna ad ogni individuo, ovunque esso sia. La nostra speranza è che la situazione degli Uiguri, come quella di altre comunità religiose, vengano risolte dalla comunità internazionale sulla base di questi fondamenti comuni e indissolubili, evitando che ci possano essere in futuro dei “nuovi perseguitati” e che tragedie come quelle subite in passato da altre etnie e confessioni religiose non si possano ripetere mai più.

 

 Pierangelo Pierobon

Giovani della CII